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La comunità si fa impresa: il DDL sulle imprese sociali di comunità approda in Senato

Venturi (Aiccon): «Una normativa leggera che si appoggia alla legge sull’impresa sociale e rafforza un’operazione culturale potente: ricategorizza, dentro il Terzo settore, la dimensione imprenditoriale radicandola nei luoghi e nei territori»

 

Il disegno di legge n. 1650 dedicato alle imprese sociali di comunità approda in Senato. Un documento (che potete leggere nel pdf in calce all’articolo) che l’economista Paolo Venturi, direttore di Aiccon, giudica molto importante. Vediamo perché.

 

Venturi

Paolo Venturi – AICCON

Il DDl sulle imprese sociali di comunità viene finalmente portato in aula, inizia così un percorso…

Il DDL vuole riconoscere attraverso la normativa un’innovazione sociale che, di fatto, si era già affermata nel corso degli anni. Questa innovazione sociale si è affermata e si sta affermando attraverso modelli mutualistici, soprattutto nelle aree più fragili del Paese. Soprattutto attraverso l’impegno del movimento cooperativo.

 

Questa realtà sociale, ora, ispira un riconoscimento giuridico. Solitamente avviene il contrario, per cui ci troviamo con normative che diventano scatole vuote…
Il tema delle imprese sociali di comunità, invece, riguarda realtà che si sono naturalmente infrastrutturate attraverso modelli mutualistici. Oggi, questo percorso, trova un punto di riconoscimento importante. L’avvio di un iter parlamentare è sempre delicato, ma in questo caso è da salutare in termini assolutamente positivi.

 

Ci spieghi bene perché….
Perché non nasce dall’alto, ma dalla realtà e dalle cose. Un altro aspetto positivo è che si tratta di una normativa leggera che si appoggia alla legge sull’impresa sociale e rafforza un’operazione culturale potente: ricategorizza, dentro il Terzo settore, la dimensione imprenditoriale. Rafforzando, oltre tutto, l’evidenza che non è un ossimoro il fatto che la comunità si possa fare impresa.

 

Era già stato fatto con la legge sulla cooperazione sociale…
Certamente, ma in questo caso c’è una maggiore ampiezza di settori e di servizi. Viene inoltre messo l’accento non sui singoli utenti, ma sulla comunità in sé e sulla sua fragilità: è una normativa dove l’impresa si qualifica perché opera in contesti fragili.

 

Questa fragilità si concretizza non solo in temi come lo spopolamento, ma anche in dimensioni di luogo: le aree interne o periferiche, i piccoli comuni…
La normativa diventa lo strumento per riterriorizzare le imprese che fanno il mezzo e il fine della propria azione. Penso sia un tratto davvero importante. Infine l’impresa di cui si parla in questo DDL è un’impresa radicata.

 

Che cos’è un’impresa radicata?
È radicata un’impresa che opera, prevalentemente, in un luogo. Nel concreto, l’operatività deve coincidere con la sede, prevede un alto coinvolgimento degli abitanti… Questa dimensione di luogo è assolutamente opportuna perché rompe con il mainstream.

 

Un’impresa radicata, in che modo può crescere?
Non può crescere per essere rivenduta e non può crescere per andare in altri territori e occuparli. Questa impresa radicata rompe il dogma maistream della scalabilità di superficie e cerca favorire una scalabilità deep, che va in profondità. Quelle di cui parla il DDL sono imprese che, nella misura in cui crescono, rendono ricca e potenziano la comunità. Le imprese di comunità, se le immaginiamo prospere, non possiamo non immaginarle così: radicate nella comunità in cui risiedono. Un’associazione che non è autoevidente.

 

Legislatura 18ª – Disegno di legge n. 1650

 

Fonte: Vita.it